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Il soldato ha la faccia tutta sporca e una cicatrice fresca sulla guancia. Billy lo guarda avvicinarsi col pacchetto tra le mani. Ha un’aria malconcia. Del resto anche l’uniforme e il berretto da ufficiale di Billy hanno visto giorni migliori. L’inferno di Salerno, come hanno ribattezzato la zona di operazioni del suo reggimento, li ha trasformati tutti in pochi giorni. Le belle divise stirate sono solo un ricordo di quando la guerra la si immaginava linda, eroica, perfino, dentro le aule dell’università, cimentandosi nelle gare di canottaggio sul fiume Cam e declamando Cicerone.

«Tenente Milne? Posta per lei, signore».

Tenente è una gran bella parola. Funziona come un nome proprio. Billy la usa volentieri. Fa dimenticare Christopher Robin. Come ti chiami? Tenente Milne. Fantastico. Allunga la mano e prende il pacco. La forma è inconfondibile. Un libro. Immagina già chi può averglielo mandato. Papà.

«Grazie».

Il soldato si sfiora la fronte con la mano e si allontana affondando gli scarponi nella sabbia.

Dentro la sua tenda, Billy si lascia cadere sulla branda e passa la punta delle dita screpolate sull’intestazione scritta a caratteri regolari. Tenente C.R. Milne, Royal Engineers, secondo battaglione. Anche C.R. non è male. Delle iniziali come quelle che si ricamano sulle camicie. E basta.

Gli hanno dato tanti nomi, da quando è venuto al mondo. Ma lui si sente solo Billy, Billy e basta, come lo hanno sempre chiamato in famiglia.

Dev’essere dura per suo padre. Se lo immagina con in mano la sua stilografica d’argento, la stessa che lui ha smontato e rimontato mille volte da bambino, mentre esita a vergare l’indirizzo sul sovra pacco. Tenente C.R. Milne. Perché il suo unico figlio, quel Christopher Robin che lui ha trasformato in un personaggio letterario, nella spalla narrativa del famoso orso Winnie the Pooh, non è più quel bambino con i pantaloni corti e i sandaletti col cinturino. Ha superato i vent’anni e indossa un’uniforme, adesso.

da: Il Bambino di Carta, incipit

Il “lato oscuro” di Winnie the Pooh

 

Si può odiare un orsetto di pelouche? Certo che sì, se ti ha rovinato la vita. Certo che sì, se quell’orso è Winnie the Pooh, tu ti chiami Christopher Robin Milne e tuo padre, uno scrittore famoso, ti ha imprigionato dentro le pagine di un libro quando avevi sei anni, condannandoti a non crescere mai più e derubandoti dell’infanzia e della vita.

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«Lasciami, mi fai male! Cosa vuoi da me?»

«Io sono te. Sono Christopher Robin».

C’è una grande luce bianca nel Bosco dei Cento Acri. Una luce che forma un’aureola attorno alla testa di Christopher Robin. Sono da soli nel bosco e il bambino lo sfida. Si mette le mani sui fianchi in una di quelle pose manierate che prende sempre.

«Non avrai mai il coraggio di liberarti di me. Non sai scrivere come tuo padre. Non sei bravo com’era lui all’università. Non giochi a cricket come lui. Nemmeno a golf. Lui è un genio in matematica. Lui è un bell’uomo…»

«Smettila. Stai zitto. Mi fai scoppiare la testa».

C’è Winnie accanto a Christopher Robin, adesso. Ha l’aspetto del solito Winnie, solo che è più grande. Sta crescendo a vista d’occhio, come Alice nel Paese delle Meraviglie, quando diventa tanto gigantesca da sfondare la casa. Winnie ora è alto come Christopher Robin, e poi come Billy, e poi come un grizzly, e poi come un albero.

«Andiamo a giocare al ponte dei bastoncini? Li facciamo scivolare nell’acqua e vediamo chi vince».

«Non c’è nessun ponte dei bastoncini. Solo ponti Bailey, fatti d’acciaio, perché ci passino i carri armati…»

( da Il bambino di carta, cap. 1)

La Londra degli Anni Ruggenti

 

Nel periodo fra le due guerre Londra compie una sostanziale metamorfosi. Le strade si riempiono di automobili, aprono i primi grandi magazzini Harrod’s, il cinema diventa sempre più popolare, le gonne delle donne si accorciano vertiginosamente e il salone di bellezza di Elizabeth Arden sdogana lo smalto rosso sulle unghie per le signore per bene, col beneplacito della regina Mary che ne è cliente.

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«Alan, è bellissima!» esclama Daff il giorno dopo. Stanno facendo colazione e lui le ha appena messo sul tavolo la bella copia della poesia che ha scritto durante la notte.

«Ma no. È una cosina, proprio. Non so scrivere per i bambini. Lo sai che ho appena finito il mio ultimo copione teatrale… quella è una cosa importante».

«Sei un pessimo giudice di te stesso. Sottovaluti il tuo lavoro. Questa poesia è tenera, orecchiabile… le mamme e le tate impazziranno». Lei sposta la zuccheriera d’argento per toccargli il braccio. «Posso farne quel che voglio?»

Alan si stringe nelle spalle. «È solo un divertissement, cara. Ma è tuo, disponine a tuo piacimento». Se non altro, dopo aver scritto d’impeto quei versi è riuscito a dormire qualche ora filata senza i soliti incubi di guerra.

Gli occhi di Daff brillano. Ha già in mente a chi mandare la poesia: a Vanity Fair. Balza dalla sedia. «Devo scappare, mi sa che sono già in ritardo al mio appuntamento da Elizabeth Arden».

Alan beve un sorso di tè. «Quell’americana sta aprendo istituti di bellezza in mezzo mondo».

Lei sorride. «Canadese, credo. Comunque tra le sue clienti c’è anche la regina consorte. Sarò a casa all’ora di pranzo».

«Oggi devo fermarmi al giornale. Ci vediamo stasera». Daphne se ne va di corsa e anche Alan si alza e sale al piano di sopra. Olive ha già vestito Billy per la passeggiata. È diventato un bambino alto e magro, con una faccia seria.

( da Il bambino di carta, cap.6)

francobollo

Un nome, una carezza

 

Winnie the Pooh prende il nome dall’orsetta Winnipeg, mascotte di un reggimento canadese. Il nome gli è stato dato dal suo padroncino Christopher Robin. Winnie era un orsetto giocattolo di pregiata lana dello Yorkshire e in un primo tempo fu chiamato Edward. Ma poi Christopher Robin fu accompagnato da suo padre, lo scrittore Alan Milne, allo Zoo di Londra dove vide Winnipeg. Era così docile e simpatica che il bambino ne rimase molto colpito, decidendo di chiamare Winnie il suo orsetto.

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Winnipeg è davvero piccola, più di Billy. Lui si tira su i calzettoni sulle gambe magre prima di avvicinarlesi. Non ha il colore del suo orsacchiotto, è molto più scura.

«Vuoi darle delle mele, giovanotto?» propone il vecchio custode, avvicinandosi con un sacco di carta marrone. «Ne va matta».

Lui la guarda con un misto di curiosità, ammirazione e apprensione. La vede girarsi verso di lui. Le mostra il suo pupazzo.

«Lui è il mio orso» le dice sottovoce.

L’orsa sembra starlo a sentire ed emette un grugnito leggero, gentile.

Billy ne è entusiasta. «Mi ha risposto!»

Winnipeg è amabile e Billy si azzarda a offrirle i frutti che il guardiano gli porge.

L’orsa li afferra con grazia, quasi come un essere umano. Billy non sta più nella pelle. Allunga la destra e tocca la pelliccia spessa e nera.

Il custode non lo perde d’occhio. Conosce il signor Milne di fama.

«Al suo ragazzo piacciono gli animali, eh, signore?» commenta, mentre Christopher ride sentendo la lingua dell’orsetta nera lambirgli la mano per chiedergli un’altra mela.

«Soprattutto gli orsi, a quanto pare» risponde Alan.

«Papà, voglio chiamarlo Winnie!» grida il bambino, entusiasta.

«Be’, lei si chiama già Winni… Winnipeg, risponde il guardiano, tirandosi indietro il berretto, perplesso.

«No, il mio orsetto! Lo chiamerò Winnie» ripete Billy. Ha un bel suono. Gentile. Come una carezza. Una carezza che finisce in un sospiro.

( da Il bambino di carta, cap.8)

Giovani vite perdute

 

La prima guerra mondiale è costata la vita a decine di milioni di persone tra militari, civili e morti per epidemie, carestie e cause concomitanti. Molti artisti, scrittori e personaggi famosi si sono ritrovati al fronte: D’Annunzio, Tolkien (l’autore del Signore degli Anelli), il pittore Boccioni, il poeta Ungaretti, Apollinaire, Hemingway, Lofting (autore del fortunato Dottor Doolittle) e anche Alan Milne, l’autore di Winnie the Pooh.

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Il giovane ufficiale è vicino a lui. Porta la sua stessa stelletta da sottotenente. Nella vita civile, che adesso sembra così lontana, fa il professore. Ci tiene a mantenere una parvenza di normalità in quell’inferno e la normalità per lui è quella tazza di tè ogni pomeriggio. Ha rimediato dell’acqua calda e lo ha preparato dentro la gavetta di metallo.

«Ehi, Milne, ne vuole un po’? Mi farebbe piacere. È un Imperial nero che mi mandano da casa. Non ho zucchero, però, l’avverto. E nemmeno latte». Ride piano.

«Non lo prendo mai col latte» assicura Alan, avvicinandosi con la sua tazza al commilitone già pronto a versargli l’infuso fragrante. Dilata le narici per ritrovare nel profumo delle foglioline dentro l’acqua bollente l’intimità di un angolo di salotto borghese, caldo, pulito, sicuro. «Andrà benissimo così…»

Uno spostamento d’aria violento, la tazza gli sfugge dalle mani, lui viene scagliato all’indietro nel fango della trincea. Sputa la terra che gli è arrivata in faccia, batte le palpebre e lo vede. Vede il sottotenente che gli aveva offerto il tè. È seduto rigido e stringe ancora in mano la sua gavetta. Ma non ha più la testa.

( da Il bambino di carta, cap.3)

Diritti molto recenti

 

Le suffragiste, dette un po’ spregiativamente “suffragette”, erano le donne che tra la fine dell’Ottocento e gli Anni Venti hanno duramente lottato per ottenere il voto (suffragio) femminile. Infatti solo gli uomini potevano votare, e non tutti, ma secondo una selezione di censo. Il primo paese a concedere il voto alle donne fu la Nuova Zelanda, nel 1893, cui seguirono l’Australia e la Scandinavia. Il Regno Unito precedette gli USA che lo concessero nel 1920. Le italiane hanno dovuto aspettare fino al 1946…

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Daphne la fulmina con un’occhiata. «Siamo nel 1920, Olive, il Medioevo è finito da un pezzo. Sono due anni che il parlamento ha approvato il diritto di voto alle donne sopra i trent’anni e con un marito che paghi le tasse. È un primo passo. Dovrebbe aprire un po’ i suoi orizzonti».

La ragazza non risponde. Ha intuito subito che quella è una famiglia particolare. Tutta gente che ha studiato e che ha denaro. Daphne dev’essere una di quelle che si battono perché non solo gli uomini facciano politica, come le chiamano, le suffragette. No, le suffragiste. Le suffragette sono quelle più scatenate. Forse è per questo motivo che la signora de Sélincourt ha aspettato tanto per avere quel primo bambino: è sposata già da sette anni. La mamma di Olive aveva avuto il primo figlio nove mesi esatti dopo le nozze.

( da Il bambino di carta, cap. 1)

Winnie, Sherlock Holmes e Peter Pan

 

Oltre all’orsetto Winnie the Pooh chi non ha mai sentito nominare Peter Pan, il bambino che non voleva crescere, e il famosissimo investigatore con la pipa spalleggiato dall’inseparabile dottor Watson? La cosa meno nota è che i loro autori nella vita reale si conoscevano molto bene ed erano amici: giocavano insieme a cricket in una squadra fondata dal creatore di Peter Pan, James Barrie. Al loro club aderivano anche Kipling, l’autore del Libro della giungla, Jerome K. Jerome, famoso per Tre uomini in barca, e Chesterton, inventore di Padre Brown.

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«Che effetto fa essere padre? Sei ancora in quella prima fase di eccitazione, immagino».

Il tono è disinvolto, ma gli occhi di Jamie sono seri. Lui di eredi suoi non ne ha. Molti anni prima ha adottato i cinque figli di un’amica di famiglia, i ragazzi Davies, e sono stati loro a ispirargli il suo Peter, anche se oramai sono tutti grandi.

Alan allarga le braccia. «Non saprei dirti. È indubbiamente interessante. Cioè, il cucciolo, intendo. Penso a quando potrò insegnargli a giocare a cricket».

Barrie annuisce. Per lui è una parola magica. Al posto della penna ha messo una mazza in mano ai migliori scrittori del suo tempo, che sono entrati a far parte del suo team di dilettanti, gli Allahakbarries. L’unico in grado di segnare qualche punto era Conan Doyle, che doveva soffrire le pene dell’inferno con compagni di squadra così poco performanti, ma erano tutti troppo educati per dirsi la verità.

«Nobile intento! Ma per adesso è un po’ presto».

«Già. Così scrivo di lui a tutti gli amici».

Barrie ride. «Non lo hai chiamato Peter, vero?» Gli strizza l’occhio. Da quando ha inventato quel personaggio, James Matthew Barrie è diventato così celebre che lo nomineranno presto baronetto. Non male per il decimo figlio di un tessitore scozzese.

(da Il bambino di carta, cap. 2)

La vera storia di Christopher Robin,
il bambino che odiava Winnie the Pooh

Il romanzo Il bambino di carta racconta la storia appassionante, drammatica e coinvolgente di una famiglia travolta dal successo e di un bambino privato dell’infanzia sullo sfondo della Londra degli Anni Ruggenti. Tate e suffragette, club esclusivi per gentiluomini e reduci feriti nel corpo e nell’anima, scioperi di chi ha fame e le lussuose serate di gala a teatro, la dimensione privata e segreta dei più grandi nomi della letteratura inglese, i perversi meccanismi del successo letterario, la genesi bizzarra di un capolavoro nato per caso, l’incomunicabilità tra padri e figli, il bullismo, gli orrori della guerra e molto altro ancora nelle pagine di un romanzo mozzafiato.

Winnie the Pooh non l’ha creato Walt Disney. L’ha inventato Alan A. Milne, uno scrittore inglese nella Londra degli Anni Venti. E nelle pagine del suo libro lo ha fatto interagire con Christopher Robin, un bambino che esisteva davvero ed era suo figlio. L’orso Winnie è diventato così famoso che la sua ombra si è proiettata sulla vita del ragazzino in carne e ossa, trasformandolo in una creatura di carta destinata a non crescere mai, come in un film dell’orrore.

Questo libro racconta la storia di questo bambino in carne e ossa che è stato trasformato dai genitori in cerca di popolarità in una creatura di carta e ne è rimasto profondamente traumatizzato.

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Winnie the Pooh non l’ha creato Walt Disney. L’ha inventato Alan A. Milne, uno scrittore inglese nella Londra degli Anni Venti. E nelle pagine del suo libro lo ha fatto interagire con Christopher Robin, un bambino che esisteva davvero ed era suo figlio. L’orso Winnie è diventato così famoso che la sua ombra si è proiettata sulla vita del ragazzino in carne e ossa, trasformandolo in una creatura di carta destinata a non crescere mai, come in un film dell’orrore.

IL LATO OSCURO
DI WINNIE THE POOH

Si può odiare un tenero orso come Winnie the Pooh, famoso in mezzo mondo?

Certo che sì, se ti ha rovinato la vita e rubato l’infanzia.

Certo che sì, se ti chiami Christopher Robin.

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La storia appassionante del rapporto tormentato tra un padre famoso e un figlio in carne e ossa trasformato in un personaggio letterario sullo sfondo della frenetica Londra del primo dopoguerra. La genesi segreta e inquietante di un capolavoro celeberrimo.

Solo la carta che serve

Perché l’ebook e il print on demand?

L’ultimo dato ufficiale del 2015 sostiene che ogni giorno vengono pubblicati circa 180 nuovi titoli di carta, destinati a finire al macero in misura di circa il 50%. L’e-book è la soluzione migliore per le foreste, ma anche chi preferisce il buon vecchio libro di carta se lo può ordinare senza problemi perché le nuove tecniche permettono di stamparlo velocemente e senza aggravi di costi. Una copia che quando nasce ha già il suo lettore e non rischia di finire al macero. Anche nel campo dell’editoria, basta poco per risparmiare guai al pianeta!

“Vi racconto di quando Christopher Robin mi ha presa in trappola!”

Quando ho intuito quello che stava dietro la storia di Winnie the Pooh, non ho potuto smettere di ricercare. Ho letto tutto quello che ho potuto, ho guardato tutte le foto sulle quali sono riuscita a mettere gli occhi. La sua storia mi interessa da un punto di vista umano, storico e letterario, psicologico e sociale.  Mi interessa come madre la storia di un figlio male amato. Il mestiere di genitore è il più impossibile, come lo definisce Freud. Christopher ha avuto un padre e una madre che credendo di fare bene gli hanno devastato la vita. Quale figura parentale non ha questa paura? Mi interessa la storia di un bambino che soffre la popolarità eccessiva e precoce che gli deriva dall’essere non solo il figlio di un autore famoso, ma addirittura il protagonista dei libri del padre, in prima persona, col suo nome e con i suoi pantaloncini corti e le scarpette col cinturino. Mi interessa la figura di suo padre Alan Milne come scrittore e come uomo. Un intellettuale che va in guerra pensando di fare il proprio dovere e ne esce con uno stress post-traumatico tremendo in un’epoca in cui non si sapeva nemmeno cosa diavolo fosse lo stress post-traumatico….

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Milanese, studi classici e laurea a indirizzo storico, Marina Migliavacca Marazza si mette a lavorare già ai tempi del liceo, facendo tutta la trafila: correttore di bozze, assistente di redazione, redattore junior, redattore, caporedattore, editor, direttore editoriale. Manager editoriale, si globalizza in multinazionale, lavorando in Disney per oltre vent’anni, diventando anche giornalista e direttore di una trentina di testate mensili, tra cui Winnie the Pooh magazine.

Lettore, revisore, traduttore letterario dal francese e dall’inglese, autore. Scrive romanzi, racconti, biografie, saggi (per ragazzi e per adulti), sceneggia, fa ghost writing.

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“Salve, benvenuto/benvenuta nella sezione dei contatti. Se hai voglia di comunicare con me, scrivimi all’indirizzo che vedi qua sotto. Rispondo sempre a tutti, è un piacere dialogare con i lettori.”

THE PAPER CHILD The true story of Christopher Robin and his Winnie the Pooh

A novel by Marina Migliavacca Marazza

(Selected excerpts translated by Alice Kilgarriff)

Lieutenant Milne

 

The soldier’s face is filthy and there is a fresh scar on his cheek. Billy watches him draw closer with a package in his hands. He has a melancholy air about him. Billy’s uniform and official’s hat had seen better days. The Inferno of Salerno, as his regiment’s operational zone had been christened, had transformed them over the course of just a few days. Neatly ironed uniforms are nothing but a memory, from when war was imagined as clean, heroic even, within university lecture halls, measured in boat races along the river Cam whilst reciting Cicero.

«Lieutenant Milne? Post for you, Sir».

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Lieutenant is a wonderful word. It functions as a name in its own right. Billy used it willingly. It made him forget Christopher Robin. What’s your name? Lieutenant Milne. Fantastic. He holds out his hand and takes the package. The shape is unmistakable. A book. He can already tell who has sent it. Father.

“Thank you”.

The soldier wipes his forehead with his hand and walks away, sinking his boots into the sand.

Inside his tent, Billy falls onto his bunk and passes the end of his chapped fingers over the dedication written in regular characters. Lieutenant C.R. Milne, Royal Engineers, Second Battalion. Even C.R. isn’t bad. Like initials embroidered onto a shirt. And nothing more.

They had given him so many names when he had arrived in the world. But he only feels like Billy; Billy and nothing more, the name he had always been known by in his family.

It must have been hard for his father. He imagines him with his silver pen in hand, the same one he had taken to pieces and put back together thousands of times as a child, as he hesitates to write the name on the front of the package. Lieutenant C. R. Milne. Because his only son, the Christopher Robin whom he had transformed into a literary figure as the narrative sidekick of that famous bear, Winnie the Pooh, was no longer a boy in short trousers and sandals. He was now over twenty and wore a uniform.

[…]

Forget This Pain

 

[…]

“Just like his father”, admits Uncle Aubrey somewhat begrudgingly, allowing the newborn to clutch the tip of his index finger with his miniscule hand. “Look at him Alan, he’ll be blonde just like you. The down on his head is so fair. He has your long chin, thin lips. There’s no doubt there.” He winks at the brown-haired woman who smiles, semi-reclined between the beautifully embroidered sheets, and shakes her head in amusement. “I’m sorry to tell you this sister, but this little one is a true Milne”.

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At the end of August it is still hot in Chelsea inside that Georgian redbrick house. It is Saturday and the streets of London are busier than usual. The war – the First World War – has not long finished, and everyone is filled with a desire to make up for lost time and forget their suffering. Or to at least attempt to do so.

Aubrey de Sélincourt is sitting next to the bed of the woman who has recently given birth and looks at his nephew whom she is holding. The child is minute, red in the face and very, very irritated. He cries, emitting a continuous sound interspersed by disconsolate sighs, as if he were protesting against something.

For someone who has recently given birth, Daphne de Sélincourt is in good form. Before letting her brother and husband into her room, she wanted everything to be in order. She has carefully combed her bob of dark brown hair and held it back with a blue band that matches her silk nightgown, and has applied a thin sheen of lipstick. She has never really been a beautiful woman, with her long face and overly large mouth, so similar to that of Aubrey, but she is tall, she has a good, slim figure and plenty of class, like all members of the family.

“You can’t tell yet whether the child looks more like Alan”, she answered immediately. She feels physically exhausted, but she is also relieved and vaguely euphoric. During the hours in labour, she thought she would die, but now that seems nothing more than a bad dream: this is a great thing in itself. In the end, everything went well and the midwife she chose proved herself to be worthy of her reputation. Daphne is certain she too did an excellent job. To have your first child at the age of thirty is unusual, for the time, but she is active, she has an athletic body and, above all, she has been able to look after and care for herself in the correct way. One thing is certain: she will never be repeating that experience. What had Bessie said to her, the midwife who had been recommended to her so very many times?

“The Good Lord wanted women to forget this pain quickly, and it’s a lucky thing…otherwise the world would be full of only children”.

Daff has always had an excellent memory and she won’t forget any of it. She cannot understand what others find so poetic about transforming themselves into screaming breeders, ruining their stomachs and shrivelling their breasts. No one had told her the truth beforehand, not even her mother. It is an unspoken rule: you must speak as little as possible about the labour, and the little that decency allows to be said must be rose-tinted. She will make sure she doesn’t fall into this again.

[…]

A Bat For A Pen

 

[…]

“What’s it like being a father? You must still be in that initial phase of excitement, I suppose”.

The tone is flippant, but Jamie’s eyes are serious. He doesn’t have any heirs of his own. Many years earlier he had adopted the five sons of a family friend, the Llewelyn Davies children, and it was they who inspired his Peter, even though they were all grown up by then.

Alan held out his arm. “I wouldn’t know. It is undoubtedly interesting. The child I mean. I think about when I will be able to teach him cricket”.

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Barrie nods. For him this is the magic word. He had replaced the pen in the hands of the greatest writers of his time with the bat, bringing them into his amateur team, the Allahakbarries. The only one capable of scoring any points was Conan Doyle, who suffered terribly with such poor teammates, even if they were all too well educated to tell each other so.

“Noble effort! It’s may be a little early yet though”.

“Yes. That’s what I tell all our friends about him”.

Barrie smiles. “You didn’t call him Peter did you?” He winks at him. Since he invented that character, James Matthew Barrie has become so famous that he will soon be conferred a baronetcy. Not bad for the tenth son of a Scottish weaver.

“Peter sounds good, but Milne junior is called Christopher Robin, though his family nickname will be Billy”.

Barrie leans into the back of the armchair. “Are you able to concentrate on your work? I mean, a child cries, it makes noise…”

“Oh, no. He and his nanny are on the floor above. We meet at pre-established times. We have been lucky, Olive is a real pearl”. Alan shrugs his shoulders. “Maybe I’m better at writing to my friends about him than actually having anything to do with him. I don’t know where to start”. He gives a throaty laugh. “Though I imagine that this is the case with most fathers”.

[…]

Nanny Is Not Mummy

 

[…]

Daff shakes her head with an air of patience. “I really don’t understand you, little man! I cannot wait for you to decide to say your first word. Mum-my! Don’t you want to say mummy?”

She turns around and rests one knee on the soft rug. Billy stretches out his arms and holds onto her skirt.

“Wait, not like that, you’ll spoil my dress. So? Mum-my! Who am I? Your mummy!” She looks up at the nanny. “Olive, do you talk to this child? Because, as you know, it’s necessary to talk a great deal to children. It helps them develop their own language skills. I recently read a very interesting article by a young Swiss pedagogue…I can’t remember the name”.

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The girl lightly purses her lips, nods and kneels down next to her mistress. “Continually, madam. The two of us speak a lot”. Then she sits on the rug and pulls Billy onto her knees. Her comfortable, laced black shoes and ankles covered in thick, white socks poke out from under the hem of her skirt. He laughs and leans his head on the grey bib of the girl’s apron, rolling his head back to look up at her. Olive makes a funny face at him.

“Isn’t that right, Billy, that you speak lots with your nanny?”

The child shakes the rattle. He takes a breath and then: “Nanny!” he exclaims.

Kneeling close to her son, Daphne suddenly pulls back, almost losing her balance. It is as if the nursery has been struck by a whip that had just caught her, risking injury to her face.

“What did he say?” she stuttered, bringing her hand to her cheek and looking bewilderedly at Olive. “He can’t…I mean, it’s a coincidence, two syllables that…”

“Nan-ny!” Billy insists, incredibly excited. He has realised that what he has just said has provoked a reaction, and he tries to repeat it.

Nanny? Did he say nanny looking at Olive? His first word wasn’t mummy, but nanny?

Daphne stands herself up, rigid as an iron pole. “They are random syllables”, she says quietly through gritted teeth.

She has the impression that Olive’s eyes are bright with compassion and a little scorn. But the nanny’s words are kind and appropriate. “Why of course madam, children repeat things at random, ba-by, la-dy, nan-ny.”

Daphne swallows the lump in her throat, nods curtly, turns around and, without saying anymore, leaves the room, closing the door just a little too forcefully.

[…]

Nightmare

 

[…]

In the large cast-iron bed in his room on the floor above, Alan is lying horizontally, half out of the covers. He moves a lot in his sleep,

There is a rhythmic noise in his head. It is like a summer storm, but the sky is blue. It is the echo of the grenades shot from howitzers into the British trenches.

The young official is close to him. He is wearing the same insignia as him, second lieutenant. In his civil life, which now seems so far away, he was a teacher. He tries to maintain a semblance of normality in that hell, and normality for him is a cup of tea each afternoon. He found some hot water and prepared it in the metal mess tin.

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“Hey, Milne, would you like some? It’d be my pleasure. It’s a black Imperial they send me from home. I haven’t got any sugar though, just to warn you. Or milk”. He laughs quietly.

“I never drink it with milk” Alan assures him, moving closer with his cup to his comrade in arms all ready to pour out the fragrant infusion. He dilates his nostrils to find in the scent of those tiny leaves in the boiling water the intimacy of a corner of a middle-class drawing room, warm, clean, safe. “That is just perfect”.

There is a violent movement of air, the cup leaves his hands, and he is flung backwards into the mud of the trench. He spits out the earth that has landed on his face, blinks his eyes and sees him. He sees the second lieutenant who has just offered him tea. He is sitting up straight and still holding his mess tin in his hand. But he no longer has a head.

Alan screams loudly, just like all the other times, and sits bolt upright in his unmade bed.

[…]

Believing In Fairies

 

[…]

The Darlingtons know how to organise a birthday party for a little girl. Unlike the Milnes, who last time once again invited almost exclusively adults. There was also an embarrassing moment when Sir Conan Doyle had started to talk about fairies.

It had been a national cause celebre: two little girls from Yorkshire insisted they had photographed flying fairies in their garden. They were similar to Tinkerbell, the tiny, jealous fairy from Peter Pan, who had been invented by Sir Barrie. The photos had been seen all over the country and Sir Conan Doyle was convinced the images were real.

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“Billy, always remember to believe in fairies,” the old writer had told him sternly over the stunned silence of the other guests. Alan limited himself to smiling. “Why not? It’s right that children believe in fairies”, he had said, trying to shake off the embarrassment.

Sir Barrie had also supported him. “Well of course! Every time a child laughs, another one is born”.

But Sir Conan Doyle had grown dark. “It is not just a matter for children”, he had answered bitterly. “It is a question of believing that there is something beyond”.

Olive had been shocked, until Gertie explained something that Mrs. Daff had confided in her.

Sir Conan Doyle’s son, Kingsley, had died at the age of 25 in 1918 during the terrifying epidemic of Spanish influenza. He had been unable to fight the virus because he had been weakened by a serious wound inflicted upon him during the Battle of the Somme, the same theatre of war in which Alan had also fought. Since then, Sir Arthur had tried desperately to make contact with him. So many young men had died at the front or after their return home, their minds and bodies devastated, that charlatans pretending to be mediums had been able to make a fortune, speculating on the desperation of parents and widows. They would sit at the three-legged table ad roll their eyes into the back of their heads; they would roar, sweat and pant, simulating the presence of the dead loved one, and then at the end they would ask for cold, hard cash. These were golden times for spiritualists.

And if believing in a contactable beyond also meant believing in the existence of flying fairies invented by the little girls of Cottingley, Sir Arthur was ready to do so. All that mattered was finding his Kingsley. To speak to him. To make sure he was happy.

Olive squeezes Billy’s hand. Oh, the war. The idea that one day Billy could find himself forced to put on a uniform is the only reason to regret the fact he is a boy.

[…]

Like A Caress

 

[…]

“What is the bear’s name?”

“Winnipeg. It’s the name of Harry’s city. It’s in a far-away country called Canada”.

Better not tell Billy that Harry had bought it from the hunter who had killed its mother and that he had raised it much like a little girl. This is why the bear is so tame and used to humans. Billy can be allowed to get close to her without fear.

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“Father, is the bear very big?” Billy is a little worried.

“No. And if you want you can feed it”.

This detail is decisive. “Shall we go?” Billy asks impatiently.

Winnipeg really is small, even smaller than Billy. He pulls the socks up over his thin legs before moving closer. She isn’t the same colour as his teddy bear, she is much darker.

“Do you want to give her some apples, young man?” the old custodian asked, moving closer with a brown paper bag. “She goes mad for them”.

He looks at her with a mixture of curiosity, admiration and apprehension. He sees her turn towards him. He shows her his toy.

“This is my bear”, he whispers.

The bear seems to be listening to him and gives a kind, quiet grunt.

Billy is very excited. “She answered me!”

Winnipeg is friendly and Billy dares to offer her the fruit given him by the custodian.

The bear takes it gracefully, almost like a human being. Billy can hardly bear it. He stretches out his right hand and touches the thick black fur.

The custodian doesn’t take his eyes off him. He knows Mr. Milne by reputation.

“Your boy likes animals, eh Sir?” he comments, whilst Christopher laughs as he feels the black bear’s tongue licking him to request another apple.

“Especially bears it would seem” Alan answers.

“Father, I want to call him Winnie!” the child shouts excitedly.

“Well, she is already called Winni… Winnipeg” the custodian responds, pulling his hat back, perplexed.

“No, my teddy bear! I will call him Winnie” Billy repeats. It sounds nice. Kind. Like a caress. A caress that ends in a sigh.

[…]

The Curse

 

[…]

At Boxgrove, headmaster Caldwell wanted to introduce Christopher Robin to the rest of the students personally, but there was no need.

When Billy enters the noisy recreation hall after dinner, where the boys relax for an hour before retiring to their rooms to sleep, silence suddenly falls. He is alarmed and goes stiff.    

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There is a small group at the back, in front of the window, round a table. Then the boys move away and he sees the unmistakable outline of a gramophone. The music begins and Billy recognises the song from its opening notes. A tiny voice singing in tune, his own, singing with all the uncertainty of a child who has been convinced to record a disc in a recording studio, which he is visiting for the first time, holding his spaniel Henry close for comfort.

He remembers it as if it were yesterday. Cicely’s lessons, the music of Fraser-Simpson, that damn record of Winnie the Pooh.

Good, good, well done. Almost perfect.

Shall we start again?

Shall we start again?

So Pooh and I whisper and Pooh looks like a champion,

And says: “Well, I say half shilling, but I don’t know if I’m right.”

It is worse than embarrassing. The boys laugh. All of them. They look at him and laugh. He cannot make out any of their faces; they seem to have become one enormous sneering mouth.

And it doesn’t matter then what response the people are expecting, because if he is right, I am right, and if he is wrong, it’s nothing to do with me.

Shall we start again?

And it doesn’t matter then what response the people are expecting, because if he is right, I am right, and if he is wrong, it’s nothing to do with me.

Did it get stuck or did someone make it go again?

Laughter, more laughter.

“Hey, Christopher Robin!”

“Christopher Rooooobin?”

“Let’s give Christopher Robin the welcome he deserves!”

“Him and his stupid bear!”

And it didn’t matter anymore…

Without looking around him, Billy goes straight for the gramophone. With a single gesture he moves the arm with the stylus, distorting the sound for a moment, grabs the shiny vinyl disc bearing the unmistakeable label with the white dog stretching his snout towards the gramophone’s horn with both hands, and smashes it. It makes a strange sound, like dry wood. The laughter stops.

Behind the table the window that looks onto the garden is open. The room falls silent once more. Billy takes each of the two halves of the disc and breaks them again, his teeth gritted, making a kind of low grunt due to the effort. Then he raises his arm and throws the four pieces into the void. He has become rather good at throwing, don’t you need to be a decent cricket player to survive honourably at an English school? No twisting of the wrist this time, a straight throw, a long throw.

Only then does he sense something warm and sticky on his palms and lowers his gaze. The disc has wounded him, his hands are covered in blood, but he feels no pain.

What had Mr. Gibbs said? “As long as you live, everyone will recognise you: the famous Christopher Robin. Wherever you go”.

Wherever you go. It is his curse.

[…]